Non è facile per me mettermi nei panni degli altri, ma ci provo. Tentando di illustrare quelle che sono state le reazioni delle persone che hanno aiutato me, nel mio cammino verso l’uscita dal tunnel della netdipendenza, percorso estremamente faticoso ma reso molto più agevole grazie alla mia forza di volontà, alla mia consapevolezza, a questo progetto IADKiller che mi permette di informarmi e analizzare le cose in modo distaccato, a Chiara la psicologa che mi segue, e ai miei cari i quali mi sono sempre vicini.
Ma dall’altra parte, è facile sapere che una persona a cui teniamo si è chiusa in se stessa a questo modo?
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Non voglio, con questo post, dare un manuale di istruzioni su come reagire alla netdipendenza di una persona cara, voglio solo condividere la mia esperienza; parlo di me, una netdipendente che ha deciso di combattere e farsi aiutare, perché ci sono anche quelli non consapevoli della patologia, e quelli consapevoli ma che non si fanno aiutare e dicono di “stare bene così”.
Il passo principale per farsi aiutare, è quello di prendere coscienza. Ammettere, con se stessi, di avere qualcosa che non va. E’ evidente che da soli non ci potremmo mai rendere conto della gravità o meno della situazione però, una volta preso coscienza di tutto, si cerchi di trovare in qualche modo la forza di parlarne con una persona fidata.
L’outing non è affatto facile; è imprudente, per non dire stupido, dirlo al mondo. Almeno nella primissima fase. Inutile ribadire che una persona si attacca morbosamente a Internet quando ha, in sè, qualche fragilità; perciò un outing selvaggio può soltanto cagionare danno sia a chi lo fa, sia a chi lo riceve: dalla paura, alla curiosità, alle domande stupide, al pietismo, alla discriminazione. Una cosa è certa, non ci si illuda che le persone a noi fidate, possano accoglierci a braccia aperte da subito, dopo una comunicazione del genere.
La reazione dipende moltissimo dalla persona affetta da dipendenza e come si pone, dal carattere di chi subisce la cosa, e dal rapporto che c’è tra le 2 parti; esistono numerosi tipi di dipendenza da internet; come spiegato nell’apposita pagina c’è quella da gioco, da chat, da mail, da informazione… ma comunque non dimentichiamoci che le persone che ci amano, il più delle volte, ci vedono meglio di quello che in realtà siamo tanto che, certe volte, si fa anche finta di non vedere cose altrimenti palesi.
Nel mio caso di dipendenza, era un po’ una somma tra tutte le forme, nel senso che usavo un’identità fittizia per fare cose assurde, dall’avere 3-4 indirizzi e-mail + chat + siti di informazione da leggere. Una roba allucinante. Ma nello stesso tempo, spento il computer, ero io come mi conoscevano in reale o per lo meno cercavo di esserlo e questo ha portato in chi ha saputo della mia malattia, la classica reazione di spiazzamento: “Ma come? Tu? Proprio tu?”
Dopo l’iniziale incredulità, ho notato diverse reazioni: non tutti sapevano i dettagli della mia dipendenza ma le risposte al mio outing, ovviamente sempre ponderato, sono state le più disparate: in alcuni ho visto un po’ di compassione, finita poi per diventare un allontanamento; in altri stima, non dico ammirazione ma stima, perché sostenevano che io avessi un bel coraggio a combattere. In altri ancora, tutta una serie di domande, di perché, che alla fine mi hanno portato a spiegare la cosa e ancora non sono riuscita a farmi comprendere fino in fondo; oppure rabbia perché sono stata giudicata una psicopatica.
Sembra strano, ma chi mi è più stato vicino successivamente all’effetto “spiazzamento”, è proprio stato chi s’è incazzato a morte: dalla rabbia si è ricostruito, io ho potuto spiegare cosa mi ha portato ad ammalarmi e, alla fine, mi è pure stato detto “potevi anche chiedere aiuto, non te l’avrei negato”; il problema è sempre quello: arrivarci, a chiedere aiuto. Per farlo bisogna averci 2 palle così! Non so se io le ho, non fisicamente almeno, ma ci sto provando.
Cosa mi sento di consigliare a chi mi legge, qualora dovesse trovarsi ad avere una persona cara con questi problemi?
Semplicemente di essere se stesso; se non vuole farsi aiutare, cercare di indurla a farlo, facendole capire anche “colpendola” dov’è debole, che questi problemi sono risolvibili. Poi per carità, dipende da quanto sia grave la dipendenza però, prima di reagire con rabbia, sarebbe il caso sempre di chiedersi e chiedere le motivazioni che hanno portato la persona ad un simile rifugio, senza però colpevolizzarsi di non essere stati abbastanza vicini alla persona: la colpevolizzazione non aiuta, né se è da parte del netdipendente, né di chi gli sta vicino.
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