Tecnologia, stress e cervello bevuto

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12 gennaio 2010. Un martedì come tanti, anzi no: il primo martedì dopo la pausa natalizia. Il primo giorno dopo una settimana in cui avevo praticamente sconvolto tutti i miei ritmi nel senso che, non lavorando, ero libera di decidere anche se accendere il cellulare e il computer o no perché non erano assolutamente indispensabili, al massimo leggevo il giornale e rispondevo a qualche mail del mio ragazzo o della mia amica Lorenza, poi spegnevo e mi mettevo a pedalare sulla cyclette di casa o a giocare con la K-Ball, una versione tonda del cubo di rubik.
Da lunedì 11, invece, è ricominciata la vita di sempre e tutto sommato, non era stato assolutamente traumatico; oggi invece, la mia testa ne ha un po’ risentito.
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Sarà vero che sono reduce da una notte insonne piena di mal di testa, ma oggi pomeriggio ho fatto veramente una super gaffe.
Dovevo rispondere alla mia amica Lorenza dicendole che avrei accettato il suo invito, domani sera sarei stata a cena da lei. Nel frattempo mi arriva un di una persona e faccio per rispondere. Però, intanto, pensavo a Lorenza, alla sua mail, all’indecisione di risponderle via mail o via , al lavoro che avevo davanti e al fatto che avrei avuto voglia di fare un po’ di pausa.
Avrei dovuto prendere e far pausa mettendo giù computer e cellulare, invece no, quasi in automatico ho premuto il tasto inoltra anziché rispondi, sul telefonino e ho digitato quasi senza rendermene conto il numero di Lorenza o almeno credevo così fosse, scrivendo OK all’inizio della frase e inoltrandole il messaggio che avevo appena ricevuto, quello a cui invece dovevo rispondere. Figura di merda. Me ne sono accorta troppo tardi perciò, immediatamente ho inviato le scuse a Lorenza via e poi anche rispondendo alla mail.
Salvo poi sentirmi dire, da Lorenza, “guarda che a me non è proprio arrivato nessun del genere”.
Bum. Botta sui denti. Per la serie, se il mio cervello era un poco bevuto, adesso lo era del tutto. Vado a vedere sul registro, e vedo che c’è scritto 346 anziché 347 come prefisso del numero telefonico a cui era destinato il messaggio: ops! Allora ho detto, chi ha 346… è vero, il mio maestro di arti marziali! Sì perché molto probabilmente intanto che avevo il cell in mano, pensavo al lavoro, a Lorenza, all’, e pensavo anche a dover avvertire il maestro che domani sono da Lorenza e non vado ad allenamento.
Siamo messi bene.
Mi è venuta spontanea una grassa risata, ma subito dopo è giunta l’amara riflessione: Non è che mi sia bevuta il cervello sul serio?
La realtà è inequivocabile: non che son pazza, o almeno spero, ma che siamo davvero tutti troppo abituati a correre.
e le nuove tecnologie ci hanno abituati, volendo o no, ad avere quasi tutto in tempo reale o, almeno, tutto ciò che è ottenibile virtualmente: capita spesso quindi che, quando riceviamo una mail, e abbiamo anche un minuto di tempo libero, lo impieghiamo per rispondere anche solo un OK e questo inevitabilmente ci porta a impegnare la mente anche quando e dove non servirebbe! Quindi, ecco lo stress, ecco la mancanza di concentrazione, ecco le gaffe!
Credo che la vita sia già impegnativa di suo, perciò sia assolutamente necessario iniziare a porsi certe domande, quando abbiamo davanti una mail o un messaggio:
- è davvero importante la tempestività nella risposta?
- dalla nostra risposta dipende la sorte di qualcuno?
- dalla tempestività dipende la nostra sorte, anche lavorativa?
- se non stiamo collegati in tempo reale con o il telefonino in questo preciso momento, cambia qualcosa per noi? E per gli altri?
Se la risposta è NO, ci si impari a prendere tutto il tempo a disposizione, senza esser ossessionati dal subito!
E poi, anche chiedersi: nella medesima situazione, senza telefonino e , ce la potremmo cavare lo stesso? La persona che ci sta contattando, ci sarebbe amica lo stesso?
Nel caso di un’amicizia vera, la risposta sarà sempre e comunque SI, perché le basi del rapporto sono strutturate su fatti concreti, dimostrazioni d’affetto reali e fuori dalle semplici parole dolci scritte su un display.
Se la risposta invece fosse NO, si impari ad aprire gli occhi (quelli del cervello, s’intende!) e si cerchi di selezionare, per quanto brutta sia questa parola, i nostri contatti e a rivalutare il personale concetto della parola amicizia.

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