Fonte: punto-informatico del 20 febbraio 2007.
E’ indubbio che questa è una persona che, purtroppo, ha subìto traumi che vanno al di sopra di qualsiasi immaginazione, essendo un veterano di guerra; il problema è, però, che le politiche aziendali devono valere per tutti e se i siti per adulti non vanno visitati sul luogo di lavoro, non c’è trauma da guerra che tenga.
Leggendo l’articolo che segue io mi sono fatta una domanda: se anziché essere IBM fosse stata un’azienda di 3-4 dipendenti o poco più, questo signore avrebbe fatto causa?
Ciò non toglie, in ogni caso, che bisogna essere consapevoli dei propri limiti; è giusto che non vengano discriminate le persone con una patologia, ma bisogna anche vedere quanto questa patologia può incidere nel lavoro: qualora nello specifico, la dipendenza da Internet di un lavoratore ostacola la prosecuzione delle mansioni di tutti, è giusto che quella persona non debba svolgere la professione in quell’ambiente. Sbaglierò, ma trovo la presa di posizione di questo signore, un po’ come se un autista di autobus che diventa cieco facesse questioni perché non può più lavorare.
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Licenziato per dipendenza da sesso virtuale
James Pacenza non ha digerito il licenziamento di IBM: vuole 5 milioni di dollari di risarcimento e dimostrare che la sua patologia è paragonabile ai disturbi psicologici… moralmente accettati
Roma – James Pacenza è un ex dipendente di IBM che sta portando avanti la sua personale battaglia legale per dimostrare che la dipendenza da sesso è una vera e propria malattia. Lui, nel 2003 è stato licenziato perché pescato a chattare sul canale per adulti di ChatAvenue. In verità un collega aveva fatto la spia mentre era lontano dalla sua postazione; il risultato comunque è che, a un solo anno dalla pensione, l’allora cinquantacinquenne Pacenza si è ritrovato alla porta.
L’ex veterano del Vietnam ha sempre convissuto con la cosiddetta “nevrosi da guerra” (Disturbo post traumatico da stress). A suo dire, questo l’ha portato a cadere nella trappola della dipendenza da sesso e da web. Secondo Pacenza, IBM avrebbe dovuto permettergli di seguire un trattamento invece che procedere con un immediato licenziamento.
“È anche discriminatorio (se non manifestamente ingiusto) che il querelante non sia stato trattato con compassione da IBM, quando persone con altri tipi di inabilità psicologiche più gravi – alcolismo, tossicodipendenza o problemi di comportamento – ricevono normalmente pieno supporto”, si legge sulla denuncia depositata in tribunale dall’avvocato di Pacenza. Insomma, sebbene IBM disponga di una policy corporate che vieti assolutamente l’accesso ai siti per adulti durante il lavoro, Pacenza vuole essere risarcito di ben 5 milioni di dollari. La sua opinione è che l’azienda l’abbia giocata sporca: avrebbe sbirciato nella sua cartella medica in violazione dell’Americans With Disabilities Act e, di fatto, attuato un vero atto di discriminazione sia nei confronti della sua età che delle sue patologie.
IBM ha fatto richiesta di “processo abbreviato” (Summary judgment) sostenendo che Pacenza non solo ha violato una norma della policy interna ben conosciuta, ma che ha anche eluso un precedente avvertimento (warning) – cosa che l’ex impiegato nega.
Il caso di “dipendenza da sesso” di Pacenza, secondo gli esperti, è emblematico. Già nel 2000 la National Council on Sexual Addiction and Compulsivity (NCSAC) aveva rilevato una crescita esponenziale nell’uso dei siti a contenuto adulto da parte degli utenti internet. Un’attività che l’ultimo studio pubblicato su Perspectives in Psychiatric Care riguarderebbe tra il 5% e il 10% degli utenti.
Dario d’Elia
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