Premessa: poiché questo sito nasce per tentare di informare sulla dipendenza da Internet, e che la responsabile (la sottoscritta) è cieca, sto cercando in qualche modo di analizzare, dal basso delle mie poche conoscenze, ciò che può portare una persona cieca a dipendere da Internet, per dare l’opportunità ai lettori con il mio stesso deficit sensoriale, di riflettere in modo distaccato su se stessi e, eventualmente, capire che se si sentono imprigionati, la situazione potrebbe comunque essere recuperabile.
Con questo articolo non voglio offendere qualcuno o fare critiche gratuite a chi che sia, tanto meno a me stessa. Voglio solo tentare di puntare il dito indice (anche se, vista la situazione, sarebbe meglio il medio) :) su un problema che noi disabili spesso e volentieri vorremmo nascondere agli occhi di tutti, ma che invece è ben visibile. La sofferenza. E’ una sofferenza interiore che non sempre c’entra con la disabilità anzi, spesso la disabilità è un ostacolo che, crediamo, ci obbliga ad arrenderci a priori di fronte a sofferenze d’altro tipo ed essere sempre e comunque destinati a soffrire; invece, questa situazione di disagio va affrontata anche con l’aiuto di un terapeuta dove e se necessario, mentre noi spesso ci troviamo a nasconderla talvolta per vergogna, rassegnazione, oppure per evitare di venir compatiti e che, inevitabilmente, non trovando punti di sfogo reali, finisce per riversarsi su Internet creando così l’effetto struzzo: la testa è nascosta, ma tutto il resto è ben visibile perché, in ogni caso, molti dei gruppi di discussione in cui tanti ciechi informatizzati si ritrovano a parlare, sono leggibili anche dal pubblico e reperibili tramite i motori di ricerca.
E’ dalla fine degli anni 90 che sono stati fondati i primi gruppi di discussione su Yahoo groups, dove si possono creare delle vere e proprie comunità virtuali gestite semplicemente usando la posta elettronica, mezzo assolutamente preferito dal 99% dei ciechi informatizzati, per la facilità d’uso di software già preinstallati sulla macchina, primo tra tutti l’usatissimo Outlook Express: anche ora, con l’avvento di blog, forum e social network, in pochi si avvicinano alle piattaforme innovative; vuoi per reali problemi di accessibilità di queste ultime, vuoi molte volte per la paura del cambiamento o della effettiva o presunta difficoltà d’uso, si rimane ancora tendenzialmente ancorati al vecchio sistema: outlook, e chi ce lo leva più? Ecco quindi che, in pochi anni, si è moltiplicata a macchia d’olio la presenza sul network di Yahoo, di mailing list dedicate ai non vedenti: digitando “ciechi”, “non vedenti”, “disabili visivi”, “cieco”… sul motore di ricerca di yahoogroups, si trova il mondo e molte volte accade anche di trovarsi di fronte liste che, più o meno, affrontano tutte lo stesso argomento (o non hanno alcuna collocazione tematica definita, trattando sempre e solo i cosiddetti “off topic”, fuori tema).
Non sarebbe un problema di per sè, questo: su Internet ci sono tantissimi siti e comunità virtuali che parlano di uno stesso argomento; e ci mancherebbe! Ci sono altrettanti servizi di forum che hanno le aree tematiche e le aree casuali. Il problema di fondo sta, invece, sul come nel mondo della disabilità ci si approccia a questi utili strumenti di informazione e comunicazione: il gruppo di discussione o il forum anziché essere utilizzato per apprendere e confrontarsi, diventa come fosse una seconda casa e, in certe circostanze, anche quasi fosse addirittura un paese. Sì, un paese, con tanto di mercatino (compro-vendo-scambio), messaggi di auguri e saluti, catene di sant’antonio, annunci, risse telematiche e talvolta pure sistemi più o meno sofisticati per votare, con lo scopo di eleggere il moderatore e cambiare i regolamenti interni ai gruppi stessi, tanto che, quando qualcuno fa notare che quello non è nient’altro che un gruppo, ed è giusto che il gestore decida cosa farne, ecco che si inneggia alla mancata democrazia.
Io ovviamente mi focalizzo più sui ciechi, perché è l’ambiente che per forza di cose conosco di più, ma da esperienze minori avute con altre realtà, mi sono accorta che la cosa è sentita ovunque ci siano persone con una o più disabilità che si confrontino su uno stesso strumento interattivo: ovviamente non è così in tutti i gruppi autogestiti da disabili, ma in molte di queste comunità virtuali, per fortuna non tutte, molte volte si fa largo la polemica, il desiderio di anarchia, il voler essere sempre migliori ed in prima linea, di competere uno sull’altro però è una gara fatta sul nulla, perché alla fine moderare o gestire un gruppo, anche se ha molti iscritti, non è un prestigio per nessuno e allora ecco che ci si “scanna” tra gruppi, si creano mailing list per risentimento verso uno o l’altro, finché si rischia di perdere lo scopo per cui le liste sono state create in principio.
Ma perché tutto questo?
Non conosco tutti i disabili di questa terra, né sono una psicologa; le mie riflessioni nascono da ciò che io ho vissuto e provato, frequentando più o meno assiduamente in passato questi ambienti telematici: è indubbio che le persone disabili vogliano soddisfare un più o meno forte bisogno di relazione e confronto con altri nella propria condizione ma questo non sempre ha effetto benefico: in alcuni di questi gruppi si dice che l’intenzione è quella di aiutare l’integrazione sociale, ma più delle volte si arriva a isolarsi con comportamenti che, palesemente, ci distinguono dal resto degli utenti internet: nella forma e nei contenuti, quindi, mancanza di rispetto delle regole base di quoting, fino ad arrivare nel peggiore dei casi, a insulti ed attacchi personali oppure a divulgazione di corrispondenza privata, cosa che è pure un reato, tra l’altro; questo è, alla fine, un palese sintomo di scarsa integrazione data da una mancanza di confronto a 360 gradi con altre realtà della rete, che per carità ci sono situazioni meglio e peggio ma prima di pensare di essere nel giusto e parlare di mancanza di barriere, sarebbe opportuno avere modo di valutare cosa c’è in giro, misurandolo con la propria esperienza.
Il problema di fondo però non è la forma con cui si scrive una mail o le parole usate, ma il contesto: che cosa porta a certi atteggiamenti da bar, anche nei gruppi tecnici?
Chiaramente non è così per tutti, ma parlando per me e di me, la motivazione di fondo che mi ha spinto a cadere in basso dando corda a molte polemiche sterili è stata la sofferenza, indipendente dalla disabilità, argomento che ho già ampiamente trattato in questo sito.
Il meccanismo che si crea è una sofferenza doppia: quella già preesistente, le cui cause possono essere molteplici, ma di cui spesso ci si vergogna o ci si rassegna, pensando di esserne destinati perché disabili anche se con la disabilità ha poco a che fare. E in più la sofferenza indotta, perché è inevitabile che vedendo gli altri nella stessa situazione, si è talvolta portati a guardare dentro se stessi.
Per me almeno, è stato così: leggevo le discussioni degli altri ciechi, mi ci arrabbiavo e rispondevo, ma alla fine sentivo che mi stavo riducendo esattamente come loro. Pur non essendo sola, pur avendo un bel lavoro e una bella famiglia alle spalle mi comportavo come non avessi niente da perdere e quindi ecco che in me appariva il meccanismo di rifiuto che si prova quando qualcuno, volontariamente o no, ti fa vedere qualcosa che non vuoi vedere.
Anche adesso provo disagio a pensare a quegli ambienti telematici, ma è un sentimento diverso: provo molta tristezza e malinconia nei confronti di certe persone, perché nei loro messaggi di sfogo, polemici, aggressivi o disordinati, vedo delle persone ostaggio di se stesse, che al contrario mio non hanno la consapevolezza della situazione a cui vanno incontro o che, forse, a loro va bene così perché non hanno alcunché da perdere. Vedo uomini e donne, ragazzi e ragazze, rinchiusi nelle loro case con le loro famiglie iperprotettive, oppure privi di affettività a causa della solitudine, voluta o indotta, o di matrimoni basati solo sulla routine e la convenienza. Persone che forse hanno bisogno di un aiuto di qualcuno, e non sanno da che parte iniziare. Persone vulnerabili alla netdipendenza, come lo sono stata io, gente piena di paura, che s’è arresa, che si crede persa ancora prima di iniziare a lottare.
Popularity: 2% [?]
show
Tags: barriere, blog, cecità, ciechi, ciechi informatizzati, dipendenza, disabili, disabilità, discriminazione, facebook, forum, integrazione, internet, liste di discussione, mailing list, pregiudizi, relazioni sociali, social network
gen 27 2010
IAD Killer libero da nofollow: i link dei lettori verranno indicizzati. Nofollow free!
Che cosa vuol dire “no follow free”? Cosa c’entra con la dipendenza da internet?
Relativamente poco: “no follow free” significa che IAD Killer ringrazia chi commenta i post.
E’ risaputo che i motori di ricerca, facendo la scansione dei siti web, indicizzano qualsiasi cosa compresi i link a siti esterni; è questo uno dei modi per permettere ad un sito di migliorare il proprio posizionamento e, quindi, le visite.
Per fare un’ottima campagna di sensibilizzazione bisogna, quindi, essere ben posizionati: più pagine esterne puntano a IAD Killer, più probabilità c’è di essere visitati e conosciuti ma i linkback non arrivano così dal nulla, dobbiamo essere noi i primi a dare la possibilità agli altri di farsi conoscere tramite noi.
Il plugin Nofollow free, serve proprio a questo.
WordPress, la piattaforma usata per il blog, aggiunge automaticamente un attributo chiamato “nofollow” ai link provenienti dall’esterno, onde evitare che siti di pubblicità indesiderata vengano indicizzati dai motori tramite noi; questo plugin toglie l’attributo “nofollow” quando un utente ha inviato almeno un commento, mentre gli utenti registrati sono sempre liberi da nofollow.
Per evitare pubblicità indesiderate od offese, i commenti sono messi sotto moderazione dall’amministratore ma, quando un lettore ha già avuto un commento approvato, oltre a liberarsi del nofollow, si libera anche della moderazione.
In bocca al lupo.
Popularity: 2% [?]
Tags: autori, collaborare, collaborazione, commentare, commenti, dialogo, feedback, nofollow, social network, utenti, wordpress
Commenti (1)